Repulsione – Il disturbante capolavoro di Roman Polański

“Io non voglio che lo spettatore pensi in questo modo o in quest’altro. Voglio solo che non sia sicuro di niente. E’ questa la cosa più importante, l’incertezza.”

Cahiers du Cinema, 1969.

E’ evidente che lo spettatore dopo la visione di un film di Polanski non resti soddisfatto dal punto di vista delle certezze. Non è rassicurato e così deve essere, ne è convinto il regista che chiama in causa lo spettatore a fornire una propria interpretazione dato che le immagini mostrate sono talmente ambigue da disorientarlo.

Carol (una fredda e indifferente Catherine Deneuve) di professione manicurista, vive con sua sorella maggiore Helen in un lugubre appartamento londinese. Il rapporto tra le due sorelle è minacciato dalla presenza invasiva dell’amante già sposato di Helen verso il quale Carol prova attrazione e disgusto. Anche Carol frequenta un ragazzo, ma il suo rapporto con lui e con gli uomini in generale non è semplice come quello di Helen. In realtà la ragazza è
pervasa in continuazione da un senso di repulsione sia da un punto di vista sessuale che sociale verso il mondo esterno. Quando Helen e il suo amante decidono di partire per una settimana in Italia e Carol è costretta a rimanere sola con la sua nevrosi e la sua follia, sino a quel momento latente,  le angosce, le paranoie e la pazzia esplodono in tutta la loro violenza. Barricata in casa, non mangia, non si lava ed è costretta a confrontarsi con proprie allucinazioni visive come le crepe nel muro sempre più profonde e le minacciose mani che sbucano dalle pareti tentando di afferrarla. Follia, visioni, angosce, che porteranno ad un epilogo raccapricciante.

Repulsione è il primo film che Polanski (francese di nascita con origini polacche) gira all’estero, per la precisione a Londra, che ben si adatta allo stato d’animo della protagonista. Durante le sue passeggiate notiamo una città grigia con diversi cantieri, buche e spaccature che rimangono ben impresse nella mente di Carol. Nei film precedenti il regista racconta i comportamenti dei personaggi condizionati dal malsano contesto sociale, in Repulsione un solo personaggio è al centro della narrazione e lo spettatore assiste con angoscia al lento frantumarsi della psiche della protagonista.

Il tema della follia interessa particolarmente il regista, perché attraverso essa l’uomo si confronta con se stesso, i lati oscuri escono allo scoperto rivelandone la vera natura. Lo spazio chiuso rappresenta un rifugio, un vero e proprio riparo dalla pressione del mondo esterno che con le sue leggi repressive devasta la soggettività dell’uomo. Nello stato di isolamento, dice Polanski, l’uomo agisce in maniera più autentica, lo si vedrà anche nel successivo Cul de Sac (il luogo è il castello desolato) e in Rosemary’s baby ( si torna all’appartamento). Nella seconda parte l’atmosfera ossessiva generata dalla follia di Carol che mostra gli oggetti in modo ambiguo, imprigiona senza via di scampo lo sguardo dello spettatore. Gli oggetti (il candelabro, il rasoio, lo spazzolino da denti) acquistano una vita propria al contrario dei personaggi che muoiono o impazziscono.

Il film si apre con il dettaglio dell’occhio di Carol fisso sul salone di bellezza, lo sguardo è rivolto verso il mondo esterno in cui l’assurdo domina e vince sempre il più forte. L’immagine finale mostra invece una vecchia foto di famiglia in cui Carol, adolescente, rivolge lo sguardo carico di ambiguità verso suo padre. E’ uno sguardo inquietante, forse ha a che fare con una promessa che non sarà mantenuta o forse nasconde qualcosa di irrisolto tra padre e figlia. Ancora una volta Polanski rende partecipe lo spettatore che, disorientato,  rimane a pensare a una possibile interpretazione.

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